Il ruolo del giornalismo ambientale nei cambiamenti climatici

Il ruolo del giornalismo ambientale nei cambiamenti climatici

05 Aprile 2019

Il ruolo del giornalismo ambientale nei cambiamenti climatici

Il giornalismo ambientale è un mestiere talvolta pericoloso, come dimostrano le statistiche dei reporter che hanno perso la vita nel denunciare situazioni di sfruttamento delle risorse del Pianeta. Ma è anche un giornalismo costruttivo, che spinge ad agire quando racconta le buone pratiche per la sostenibilità ambientale.

Anche se per molti il giornalismo ambientale è associato a immagini di incontaminati paesaggi selvatici, o di affascinanti animali e piante, secondo Eric Freedman, che dirige il Knight Center for Environmental Journalism dell’Università del Michigan, negli Stati Uniti, occuparsi di giornalismo ambientale rappresenta una delle specializzazioni più pericolose. Tra il 2005 e il 2016, almeno 40 giornalisti sono stati uccisi nel mondo mentre facevano giornalismo ambientale di inchiesta e indagavano su vicende legate all’inquinamento ambientale. Più dei reporter di guerra morti nello stesso periodo in Afghanistan. La ragione è abbastanza evidente: per chi ha deciso di sfruttare a tutti i costi le risorse del Pianeta senza preoccuparsi della sostenibilità a breve, medio e lungo termine delle proprie attività illegali, il giornalismo ambientale che fa domande e attira l’attenzione del pubblico rappresenta una minaccia

Un fattore di consapevolezza

Si tratta per fortuna di casi estremi, per quanto tragici, in una professione che non si occupa solo di scoperchiare le malefatte di pochi disonesti, ma che soprattutto oggi ha il difficile compito di contribuire a diffondere una maggiore consapevolezza su tutto ciò che contribuisce all’accelerazione dei cambiamenti climatici in atto

Per farlo, deve sfidare a viso aperto un avversario che non si serve di armi, ma fa affidamento sulla tendenza comune a ognuno di noi a distrarsi, a pensare ad altro, soprattutto di fronte a un problema globale come quello dei cambiamenti climatici, che richiede soluzioni globali in gran parte ancora da trovare. 

Come ricorda un’approfondita analisi del decano del giornalismo ambientale americano, Andy Revkin, su National Geographic del luglio 2018, i primi articoli di stampa sul riscaldamento del pianeta come effetto dell’accumulo di gas serra prodotti per produrre energia risalgono alla metà degli anni ’50, ma l’argomento è entrato stabilmente nelle redazioni dei grandi giornali solo sul finire degli anni ’80. Purtroppo, conclude oggi: “Durante il tempo che è stato necessario a dimostrare che il mutamento climatico è un problema di inquinamento, esso è diventato drammaticamente qualcosa di molto peggiore”. 

Un tema poco rappresentato nei media

Ma se la situazione è così grave, si è chiesta di recente un’editorialista del Washington Post, Katrina vanden Heuvel, “come mai i media non parlano di cambiamenti climatici tutti i giorni, tutto il giorno?”. La sua risposta, in estrema sintesi, è che si tratta di una tragedia in slow motion, al rallentatore: o, per usare un’altra immagine, è come se, a distrarci, ci fossero moltissimi arbusti e alberelli che bruciano tra spaventose fiamme in primissimo piano, mentre sullo sfondo si intravede appena il baluginio della brace che lentamente fa arretrare il confine della foresta di piante secolari. Purtroppo l’attenzione umana – e il giornalismo ambientale – a volte dà molto più valore agli eventi catastrofici puntuali che ai fenomeni talmente lenti da essere quasi invisibili. 

Giornalismo ambientale, giornalismo costruttivo

Anche quando l’ultimo rapporto scientifico dipinge un futuro a tinte fosche, o magari un fenomeno meteorologico estremo ci mette davanti agli occhi un anticipo di quello che verrà se non si agisce in fretta e bene, la notizia di prima pagina suscita un’emozione forte quanto passeggera, o addirittura una reazione di rifiuto: dopo anni di allarmi dai toni tragici, per molti scatta l’effetto della famosa invocazione “Al lupo! Al lupo!”. 

Per questo il giornalismo ambientale è stato il primo a cercare di spezzare il circolo vizioso dell’approccio sempre più catastrofista, puntando l’attenzione anche su quello che si sta cominciando a fare, sulle storie di successo: è il cosiddetto “giornalismo costruttivo”, anche detto “giornalismo delle soluzioni”, che prova ad andare contro la classica ricerca del titolo a effetto, e che sembra al tempo stesso risvegliare l’interesse del pubblico e fornire esempi incoraggianti, che fanno ben sperare per il futuro e spingono ciascuno a fare il possibile.

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