Diritto all’acqua: una sfida di sostenibilità

Diritto all’acqua: una sfida di sostenibilità

22 Marzo 2019

Diritto all’acqua: una sfida di sostenibilità

La Giornata Mondiale dell’Acqua rappresenta l’occasione per puntare i riflettori sul diritto all’acqua, che con il passare degli anni sta diventando sempre più protagonista della sostenibilità

“Segui l’acqua” è il motto degli esperti della NASA, l’Agenzia Spaziale Statunitense, che setacciano l’universo alla ricerca di forme di vita extraterrestri. Perché proprio l’acqua? Perché è l’acqua che crea le condizioni ambientali per far crescere e vivere piante, animali ed esseri umani, e che rende la Terra un luogo perfetto per la vita. E il cosiddetto “oro blu” è anche un diritto umano inalienabile. Lo hanno stabilito le Nazioni Unite nel 2010, riconoscendo che tutti gli individui devono poter godere, senza discriminazioni, del diritto all’acqua, in modo che sia sufficiente, sicura e accessibile per uso domestico e personale. Qualche anno prima, nel corso della Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo del 1992 a Rio de Janeiro, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di istituire una Giornata Mondiale dell’Acqua, da celebrare ogni anno il 22 di marzo a partire dal 1993. Dato il crescente interesse sul tema, la stessa Assemblea Generale ha dato il via il 22 marzo 2018 al Decennio dedicato ad agire sul tema “Acqua per lo sviluppo sostenibile” che si chiuderà nel 2028. Una grande attenzione internazionale legata al fatto che garantire il diritto all’acqua sta diventando sempre più una sfida globale di sostenibilità. 

I numeri del problema

Il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2019 recita “Non lasciare indietro nessuno”. Si ribadisce così il concetto di diritto all’acqua, un diritto universale e inalienabile, che deve garantire un'acqua accessibile, disponibile quando necessaria e sicura in quanto priva di contaminazioni. Come si legge nel report Water Economy pubblicato da Fondazione Barilla, non bisogna dimenticare infatti che di tutta l’acqua presente sul pianeta, solo lo 0,003% è teoricamente utilizzabile e solo lo 0,001% circa è abbastanza accessibile, di buona qualità e con un costo accettabile da poter essere effettivamente utilizzato dall’uomo. A questi ostacoli di tipo geofisico se ne aggiungono altri, come per esempio il crescente numero degli abitanti del pianeta e l’incremento del benessere globale che fanno aumentare i consumi di acqua, o come i cambiamenti climatici e l’inquinamento causati dall’attività dell’uomo che riducono la disponibilità del prezioso liquido. Il risultato dell’azione di tutti questi fattori si legge drammaticamente nei numeri riportati nel sito ufficiale della Giornata Mondiale dell’Acqua: parlare di diritto all’acqua diventa critico nel caso di 2,1 miliardi di persone non dispongono di acqua “sicura” a casa, di oltre 700 bambini con meno di 5 anni che muoiono ogni giorno per la diarrea causata dal consumo di acqua inquinata o di mancanza di servizi igienici, e di circa 159 milioni di persone che sono costretti a prelevare da stagni o ruscelli l’acqua che bevono. La scarsità d’acqua ha anche conseguenze sociali enormi, tanto che le stime parlano di 700 milioni di persone che potrebbero essere costrette a migrare entro il 2030 a causa di una violazione del loro diritto all’acqua. Del resto l’oro blu è alla base anche di molti conflitti e circa 4 milioni di persone già oggi devono fare i conti con periodi di estrema scarsità di acqua per almeno un mese all’anno. Un esempio su tutti per sottolineare la globalità del fenomeno che non colpisce solo i paesi più poveri: nel 2018 Cape Town in Sud Africa è stata la prima grande città letteralmente rimasta senz’acqua. 

Tutta colpa dell’agricoltura?

Tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, il numero 6 è interamente dedicato al diritto all’acqua. Ma per riuscire a garantire acqua per tutti è necessario innanzitutto comprendere come questa viene oggi utilizzata e dove poter agire di conseguenza, nel modo più efficace. Senza dubbio l’agricoltura è il settore che più di ogni altro pesa sull’utilizzo delle risorse idriche, consumando il 70% dell’acqua dolce, contro il 22% dell’industria e l’8% impiegato in usi domestici. Come si legge in un report pubblicato dall’Economist Intelligence Unit, buona parte dell’acqua utilizzata in agricoltura viene sprecata a causa, per esempio, di una irrigazione poco efficiente che arriva a sprecare fino al 50% della risorsa utilizzata. Ma quando si parla di consumo/spreco di acqua, non basta prendere in considerazione l’acqua consumata per irrigare, bere o lavarsi: serve prestare attenzione anche alla cosiddetta “acqua virtuale”, quella che si nasconde nei cibi che portiamo in tavola o nei vestiti che indossiamo (ne servono oltre 9.000 litri per un chilogrammo di cotone) ed è stata utilizzata nel corso dell’intero ciclo di vita del prodotto.

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È difficile, ma non impossibile calcolare l’impronta idrica dei cibi che consumiamo e comprenderne il reale impatto su salute e ambiente. Il libro The water we eat, scritto da Marta Antonelli e Francesca Greco, analizza in dettaglio il rapporto tra acqua e sicurezza alimentare, citando tra gli altri anche il caso dell’Italia, il terzo maggior importatore di acqua virtuale nel mondo. 

Soluzioni a tutti i livelli

Come affrontare una situazione tanto complessa per cercare di raggiungere il traguardo posto per il 2030 di garantire a tutta la popolazione mondiale il diritto all’acqua? Secondo Asit Biswas, esperto del tema in forza alla Lee Kuan Yew School of Public Policy di Singapore, “la mancanza di denaro o la scarsità sono solo scuse. Il vero problema è la cattiva gestione della risorsa”. È quindi fondamentale, come ricordano anche gli esperti BCFN, mettere a punto modelli e strumenti per favorire una gestione “integrata” del problema del diritto all’acqua, con leggi ad hoc, ma anche con l’impegno delle istituzioni per dare il giusto valore in termini economici alle risorse idriche. I modelli per la gestione dell’oro blu possono essere molto differenti e dipendono fortemente dal contesto politico, geografico e sociale nel quale si realizzano. Israele, che rappresenta uno dei paesi più virtuosi in termini di diritto all’acqua, ha nazionalizzato tutta la fornitura, ma il modello è difficilmente esportabile in paesi come l’India, dove invece una vecchia legge risalente all’epoca del colonialismo inglese fa sì che il proprietario terriero abbia pieno diritto su tutta l’acqua presente nella sua proprietà. Anche la tecnologia può dare un contributo enorme, come dimostra ancora una volta l’esempio di Israele dove grazie a sistemi di irrigazione e coltivazione intelligenti si riesce a raggiungere un’efficienza vicina al 100% nell’utilizzo dell’acqua, seppur con costi elevati che ad oggi solo pochi paesi possono sostenere. Puntare sull’educazione della popolazione potrebbe essere dunque la scelta vincente per garantire a tutti il diritto all’acqua. Affiancando la piramide alimentare a quella idrica, gli esperti BCFN hanno già da tempo messo in luce che gli alimenti che fanno bene alla salute sono anche quelli con l’impronta idrica minore. Basti pensare che con una dieta vegetariana si consumano circa 1.500-2.600 litri di acqua al giorno, che salgono a 4.000-4.500 se la dieta è invece ricca di carne.

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